La filosofia è donna

La scrittrice Stefania Lucchetti fotografata da Emma Terenzio

In questi giorni sono al mare con i miei figli, dopo la chiusura delle scuole. Le giornate scorrono seguendo il ritmo a volte molto faticoso della luce, dell’acqua e delle attività estive. È una dimensione concreta, fatta di corpi in movimento, di acqua, di sudore, di scale, di sole. Una quotidianità semplice che costringe a vivere nel momento.

Sono ormai molti anni – da quando il mio lavoro è diventato imprenditoriale ed intellettuale – che trascorro il mese di luglio al mare con i miei figli. E’ un periodo magico per loro e ne vivo la bellezza nonostante la fatica. Accanto a questa bellezza naturale, però, continuo a sentire il bisogno della mia vita intellettuale. Una vita che oggi si svolge in larga parte nel cyberspazio: tra letture, scrittura, ricerca, confronti e progetti che prendono forma attraverso il digitale. Non considero questi due aspetti in contrasto tra loro, avverto come indispensabile la necessità di mantenerli in equilibrio.

Nel mio libro I mattoni della nuova Babele: Identità, linguaggio ed etica della cittadinanza digitale ho proposto di guardare al cyberspazio non come a un semplice strumento tecnologico, ma come a un vero campo di azione dell’umano. È uno spazio nel quale costruiamo conoscenza, elaboriamo idee, stringiamo relazioni, produciamo cultura e partecipiamo alla vita collettiva. Non è un altrove artificiale: è uno degli ambienti nei quali oggi si sviluppa l’esperienza umana.

Mentre osservo i miei figli giocare in mare, la mia mente continua naturalmente a lavorare. Un’idea si collega a una lettura, una conversazione suggerisce una riflessione, un’immagine diventa il punto di partenza per una pagina da scrivere. Non vivo questa alternanza come una distrazione, ma come una forma di continuità. L’esperienza alimenta il pensiero e il pensiero restituisce significato all’esperienza.

Credo che una delle sfide più importanti del nostro tempo sia proprio questa: imparare ad vivere con consapevolezza ambienti diversi, senza attribuire all’uno maggiore autenticità rispetto all’altro. La spiaggia, una sala riunioni, un palcoscenico, una piattaforma digitale o una comunità online sono contesti differenti, ma tutti possono diventare luoghi nei quali si esercita la nostra umanità.

Per questo considero queste giornate al mare non come una sospensione della mia attività intellettuale, ma come uno dei suoi elementi fertili. Il pensiero non nasce lontano dalla vita: nasce dentro ciò che viviamo ogni giorno. E oggi la nostra vita si costruisce tanto nei luoghi fisici quanto nel cyberspazio, che non rappresenta soltanto una tecnologia, ma uno dei territori nei quali prendono forma le relazioni, la cultura e la cittadinanza del nostro tempo.

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Qualche pensiero sulle donne in filosofia

Alcuni di pensieri di questi giorni su un tema vasto ma sempre attuale.

Quando si pensa alla storia della filosofia, vengono subito in mente nomi come Platone, Aristotele, Cartesio, Kant o Nietzsche. Quasi tutti uomini. Da qui si è consolidata, per ragioni storiche, culturali e sociali, l’idea che le donne non abbiano avuto un ruolo significativo nello sviluppo della filosofia. Eppure, proprio come è accaduto per le poetesse e per molte altre figure della cultura, la loro apparente assenza riguarda soprattutto i manuali e il canone della tradizione filosofica, più che la storia reale del pensiero.

Le donne si sono dedicate alla filosofia fin dall’antichità, anche se il loro contributo è stato spesso escluso o marginalizzato. Già nel Simposio, Platone introduce la figura di Diotima di Mantinea, presentandola come maestra di Socrate nell’arte dell’amore; che si tratti di un personaggio storico o letterario, la sua presenza testimonia l’importanza attribuita da Platone a una voce femminile nella riflessione filosofica. Accanto a questa figura troviamo pensatrici storicamente documentate come Ipazia di Alessandria, figura fondamentale della scuola neoplatonica di Alessandria ed una delle più importanti intellettuali del mondo tardoantico. Nei secoli successivi incontriamo autrici come Christine de Pizan, Mary Wollstonecraft, Hannah Arendt e Simone de Beauvoir. La loro marginalizzazione è dipesa soprattutto dall’esclusione delle donne dall’istruzione superiore, dalle università e dalle accademie, ma anche dal modo in cui il canone filosofico è stato costruito e trasmesso nel corso dei secoli.

Le filosofe, inoltre, hanno spesso contribuito a rendere centrali temi che nella tradizione filosofica dominante erano rimasti relativamente marginali. Tra questi vi sono la famiglia, le relazioni di cura, la maternità, la dipendenza reciproca e la vita quotidiana. Mentre gran parte della tradizione filosofica si è concentrata sulla conoscenza, sulla politica, sulla giustizia e sui principi universali, molte pensatrici hanno mostrato come anche la sfera domestica e le relazioni di cura siano luoghi fondamentali per comprendere l’etica, la libertà, la giustizia e le relazioni. Autrici contemporanee come Carol Gilligan, che ha profondamente influenzato l’etica della cura, e filosofe come Martha Nussbaum hanno posto l’attenzione su temi relazionali quali la vulnerabilità e dell’interdipendenza come temi centrali della riflessione morale.

Non si tratta di sostenere che le donne parlino solo di famiglia o che gli uomini non se ne occupino mai. Piuttosto, la diversa esperienza storica delle donne ha spesso portato alla luce questioni che per lungo tempo sono rimaste ai margini della filosofia dominante. Per questo motivo, riscoprire le filosofe non significa semplicemente aggiungere alcuni nomi femminili a una lista già esistente, ma ampliare il significato stesso di ciò che consideriamo filosofia.

La storia della filosofia non è dunque la storia di un pensiero esclusivamente maschile. È piuttosto la storia di una tradizione che per lungo tempo ha reso meno visibili molte delle sue protagoniste. Oggi, riportare alla luce le voci delle donne filosofe significa recuperare una parte essenziale del patrimonio intellettuale dell’umanità e riconoscere che la filosofia è sempre stata più ricca e plurale di quanto il canone abbia lasciato intendere.

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