L’arte è la più alta forma di speranza

Foto: Stefania Lucchetti ritratta dalla fotografa d’arte Emma Terenzio

La frase: “Art is the highest form of hope”, è attribuita all’artista tedesco Gerhard Richter.

Ogni volta che la rileggo, la sento vivissima: sono più che mai consapevole che anche nei giorni più incerti e bui, l’atto creativo riesce a creare uno spazio per la luce dentro le nostre percezioni.

L’arte non è solo bellezza: è una bussola morale, un atto di fiducia nel mondo. E’ la convinzione nella possibilità di trasformare le esperienze che viviamo in motivazione non solo creativa ma anche vitale. E’ la spinta per alzarsi ogni giorno e fare ciò che è giusto per vivere una realtà migliore e creare una realtà migliore per gli altri. (Stefania Lucchetti)

Ci sono molte forme di arte, io cerco di creare arte con le parole e questo ho espresso nella mia poesia Regina di Spade nella mia silloge La poesia è cyberpunk Regina di spade è un riferimento ad una carta dei tarocchi. Ne “La Via dei Tarocchi”Alejandro Jodorowsky fa pronunciare alla Regina di Spade queste parole: «Tengo uno scudo contro il mio ventre. E su questo scudo c’è una cicatrice. Ho forse sacrificato le mie viscere? Non mi lascio pervadere dai bisogni, dai desideri o dalle emozioni. Vivo nella mia mente. Presento il mio simbolo – una spada – dentro un fodero rosso, nell’attesa che qualcuno decida di sguainarla rivelando il giallo splendente della sua lama. Aspetto un essere che riconosca la mia intelligenza, la mia mente.

Ma per me la Regina di spade ha anche un altro significato: rappresenta la chiarezza mentale, l’indipendenza e l’intelligenza. Nella mia poesia esprime la comunicazione diretta e genuina, priva di formulaicità, l’arte di esprimere dei concetti chiari, di individuare idee nuove e supportarle con determinazione.

Alcuni lettori attenti hanno notato che la mia poesia Speranza nella raccolta La poesia è cyberpunk entra in dialogo con la celebre poesia di Emily Dickinson “Hope is the thing with feathers.”

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“La speranza” è la cosa con le piume – 314

Emily Dickinson

“La speranza” è la cosa con le piume –
che si posa nell’anima –
e canta una melodia senza parole –
e non si ferma – mai –

E si ode più dolce – nella bufera –
e aspra dev’essere una tempesta –
per intimidire quel piccolo Uccello
che ha scaldato così tanti –

L’ho udita nella terra più gelida –
e sul Mare più straniero –
eppure – mai – nell’estremo bisogno,
ha chiesto una briciola – a me.

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La poesia di Dickinson offre un’immagine precisa: la speranza come un piccolo uccello, posato nell’anima, che canta senza parole, costante, autosufficiente, senza chiedere nulla in cambio. È un’immagine di compiutezza, di presenza senza sforzo, di resistenza senza fatica.

Quando ho letto per la prima volta questa poesia, sono rimasta colpita dalla chiarezza della sua immagine e dalla sua leggerezza. Eppure, proprio in quel momento di ammirazione, mi sono accorta di rispondere interiormente a Dickinson. La sua visione della speranza è indubbiamente bella, ma i miei incontri con la speranza sono stati diversi. È da questo scambio interiore che la mia poesia ha iniziato a prendere forma.

La speranza è tornata da me molte volte; è la forza che muove la mia esistenza. E tuttavia, la maggior parte delle mie esperienze di speranza è emersa in circostanze segnate dall’oscurità, dalla disperazione, dall’insicurezza o dall’indifferenza: momenti in cui si attende, si immagina e si continua senza alcuna certezza.  Nella mia poesia Speranza, la figura che prende forma non è qualcosa di già stabile nell’anima. Si costruisce attraverso l’esperienza, modellata e trasformata da essa.

A un certo punto, nella poesia, mi rivolgo direttamente a Dickinson:

“Me l’avevi descritta leggera e sottile…”

Il verso richiama la sua immagine, ma segna anche uno spostamento: ciò che segue non è una definizione alternativa, bensì un incontro diverso – il mio:

“…ma la speranza è una guerriera brillante, ostinata e leale.”

Per me, la speranza è sempre stata una guerriera, che si muove in un terreno più aspro. Non nella luminosità leggera descritta da Dickinson, ma attraverso attrito, prova, ripetizione, polvere e movimento.  La speranza non è separata rispetto a ciò che la circonda, non è al di sopra delle circostanze: sceglie di affrontarle.

La mia speranza corre, vacilla, riprende il cammino. “Corre nella polvere”, si rialza “dopo ogni sconfitta”, continua anche quando è “sporca e stanca”.  Non sono qualità applicate a un’idea astratta; nascono dalla mia esperienza vissuta, da momenti in cui il semplice continuare a camminare è difficile.

Dickinson scrive da un luogo in cui la speranza è già presente, già attiva.

La mia speranza arriva dalla difficoltà: attraverso la necessità di andare avanti quando nulla garantisce che quel movimento conduca da qualche parte.

Entrambe le esperienze della speranza sono vere.

Ed è forse per questo che amo così tanto questa poesia di Dickinson: mi dà la sensazione di un dialogo, come tra amiche sedute ad un tavolo, a confrontare le proprie esperienze di vita e ciò che la speranza significa per ciascuna, modellandone la forma nelle parole, ognuna dal proprio punto di partenza.

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